The real thing

Faith No More copertina The real thing fronte
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Con l’arrivo di Mike Patton nel 1988, i Faith No More divennero noti al pubblico degli stadi, un po’ per effetto del tour intrapreso come spalla dei Metallica, un po’ per l’upgrade stilistico subito e dipendente per lo più proprio dalle qualità canore del nuovo vocalist. Patton arrivava dai Mr. Bungle, band jazzcore malatissima dalla quale i nostri reclutarono poi pure Trey Spruance per sostituire il chitarrista Jim Martin che lasciò nel 1993. I cambi di formazione importanti furono una costante per i Faith No More che, prima dell’arrivo di Patton, possono vantare di aver visto avvicendarsi alla voce anche personaggi notevoli come Courtney Love (poi moglie di Kurt Cobain e mente delle Hole) e Chuck Mosley, licenziato – come lessi in una loro intervista semiseria di quegli anni – perché puzzava.

The real thing” (1989) è l’album che magnificò un certo tipo di crossover in voga tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90. Appartiene a quel filone funk rock che commercialmente diede ai discografici dell’epoca molte belle soddisfazioni e di cui furono maestri quei Red Hot Chili Peppers che, un paio di anni più tardi, scalarono le classifiche mondiali con il loro “Blood sugar sex magik”. Tra gli epigoni del genere, un po’ meno fortunati ma non per questo meno talentuosi, vale la pena ricordare i Primus del geniale Les Claypool, gli Ignorance, gli Scatterbain, i Mind Funk (vedi la rece di “A life of crime”), i Mordred, gli Atom Seed.

Il disco in questione aggiungeva ulteriore gradiente alla già complessa miscela di generi che caratterizzava il suono dei Faith No More: qui si assiste ad un ben dosato melting pot di metal, funk, hard rock, soul e rap, con Mike Patton già appassionato studioso in erba delle potenzialità della propria voce. “Epic” fu il pezzo che sdoganò il rap metal come genere, dopo alcuni coraggiosi tentativi già fatti in ambito rock e metal grazie a “composizioni” pionieristiche come “I’m the man” degli Anthrax o come la cover di “Walk this way” degli Aerosmith, realizzata da questi insieme con i Run DMC. Nel 1992, con il loro album d’esordio, i Rage against the machine definirono poi molte delle caratteristiche del genere.

Tra gli altri pezzi degni di nota, ricordo quello di apertura “From out of nowhere”, l’altro singolo “Falling to pieces”, la rabbiosa “Surprise! You’re dead!”, la strumentale “Woodpecker from Mars”. Purtroppo alla versione in vinile del disco, mancano due pezzi importanti che trovavano sovente spazio durante i live del gruppo, e sono la cover di “War pigs” dei Black Sabbath, e “Edge of the world”, un blues dal tema abbastanza scabroso. Li trovi solamente nelle versioni CD e musicassetta.

La cover del disco ricorda vagamente gli esperimenti di grafica compiuti per alcuni album dei Pink Floyd durante gli anni ’80, ovvero paesaggi surreali stranianti dove trovi ciò che mai ti aspetteresti: nello specifico, qua c’è un arido paesaggio fotografato sottosopra colpito dalla siccità, e, sparse qua e là, cinque fiammelle che si tuffano in altrettante pozze d’acqua.

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